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Evento con persone, foto sfocata

Prato Soggetto Nomade - intervista a Cristiana Perrella e Filippo Bardazzi

Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci

Pubblicato il 6 marzo 2019
Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci

Tornare a Prato

Cristiana, com’è tornare a Prato? Deve essere una domanda anche le stanno facendo tutti dal momento della sua nomina. Ha fatto qui la scuola per curatrice nel 1991-1992. Mi chiedo: chi era la Cristiana di quel momento? Come era Prato di quegli anni?

Cristiana Perrella (CP): Ovviamente è cambiato molto, nella città e in me. La città che ho conosciuto quando vivevo qui e frequentavo la scuola curatori era una città ricca e molto fiduciosa nel futuro, che nel museo vedeva una sua vetrina, quindi anche uno strumento per far conoscere la sua proiezione verso il mondo. Oggi naturalmente la città è cambiata e per me è più interessante, perché è una città che ha passato una grossa crisi, sociale, politica ed economica e perché è una città che si è molto trasformata.  Allo stesso tempo trovo che sia un vero laboratorio del presente: sono presenti a Prato molti elementi che in qualche modo possono aiutarci a capire il tempo che viviamo; dalla coesistenza di molte culture, a un'immigrazione importante, alla necessità di una trasformazione economica, con il cambio delle dinamiche produttive legate alla globalizzazione che ha costretto la città a ripensarsi in termini di produzione e, allo stesso tempo, la recente apertura verso l’innovazione, intesa non soltanto in senso tecnologico ma anche in senso di sostenibilità, quindi Prato come una città dell'economia circolare, che è un tema oggi molto forte e molto importante. Decisamente oggi la trovo una città più stimolante di allora.

 

Come ha detto: è cambiato tutto. E cambiando l’assetto economico della città, di conseguenza è mutata la posizione di un museo come il Pecci, che nel 2018 ha compiuto 30 anni. Da progetto vetrina assume un ruolo sempre più di progetto sociale. Quali sono le sfide oggi?

CP: La sfida per il Pecci è sicuramente quella di essere necessario al territorio su cui insiste e credo che questa sia la sfida per ogni museo, ma in particolare per questo che si trova in un territorio che ha passato molte trasformazioni sociali ed economiche. Una macchina grande e costosa come il Pecci indubbiamente deve essere in grado anche di produrre servizi, insomma, e comunque di produrre pensiero e cultura che siano a disposizione in primis del territorio. Questo non vuol dire che non debba essere un museo internazionale, tutt’altro, anzi io penso che oggi si possa essere davvero internazionali soltanto avendo molto presente la propria identità e essendo in grado di rappresentarla. Credo che il museo si debba aprire a molti pubblici oggi quindi a pubblici estremamente appassionati ed esperti d'arte, ma anche a persone che ancora non la conoscono e possono venire qui e capire anche qual è il suo ruolo perché ha un ruolo fondamentale oggi, cioè quello di suscitare domande e di alimentare un pensiero complesso e non schematico.

 

Il Pecci, visto da Prato 

Filippo, Quali sono i tuoi ricordi del Pecci? Che tipo di presenza ha avuto nella città perte, che tipo di ruolo?

Filippo Bardazzi (FB - Associazione 16)

Filippo Bardazzi (FB - Associazione 16): Parlando di esperienze personali e di Pecci potrei andare molto indietro negli anni, fino a quando, durante le scuole medie o elementari, mi recavo al museo assieme alla mia classe per le prime formazioni di ambito artistico. Davvero una vita fa! I ricordi più vividi che ho sono invece legati a un periodo più recente, quando ho cominciato a frequentare il Pecci in autonomia per alcune mostre: mi torna con piacere in mente una personale di Emilio Isgrò (Dichiaro di essere Emilio Isgrò, 2008) e la mostra LIVE! del 2011 sul rock e le sue icone. Insomma, il Centro Pecci è connaturato nei geni di ogni cittadino pratese.

 

La città vista dal Pecci 

Cristiana, qual è il rapporto tra Prato e l'arte contemporanea? È uno dei primi ambienti istituzionali ad aver promosso l'arte contemporanea, pur non essendo una città capitale.

CP: Il Pecci che esiste da trent'anni ha portato qui una consuetudine con l'arte contemporanea che non è scontata, soprattutto in Italia, e quindi l'abitudine a vederla, a conoscerla e anche a parlarne anche in senso critico, cosa che ha dato ai pratesi una familiarità notevole con questo tema. Una familiarità che oggi si esprime anche attraverso la notevole presenza di opere nel territorio urbano e non sono tante le città che hanno opere così importanti in città - parlo dall'opera di Moore in piazza San Marco che è stata acquisita nel 1974 e  al tempo non erano affatto tante le città che avevano preso una decisione in questo senso nei confronti di un artista internazionale così importante, fino ad arrivare alle commissioni recenti ad artisti come Marco Bagnoli in piazza Ciardi o di Loris Cecchini per la Biblioteca Lazzerini: progetti importanti e di alta qualità che vivono tutti i giorni con i cittadini. E di luoghi da citare ce ne sono tanti, ma uno di quelli che preferisco è Corte Genova: mi piace moltissimo, è un luogo di giovani e di creatività, anche molteplice e sfaccettata ed estremamente vivo, e anche un luogo di confronto di comunità e penso che questo renda le città dei luoghi belli dove stare.

 

Ridisegnare la città

Prato è una città industriale che si trova a dover trasformare la propria economia e, come succede in queste transizioni, ecco che lascia in eredità un grande patrimonio architettonico postindustriale: i famosi capannoni (o warehouse) che diventano spazi per artisti e che creano spazi di co-working in zone che prima non sarebbero magari state attraenti. Qual è la tua impressione del cambiamento e come lo sta accogliendo la città?

FB - Ass.16: Sicuramente questo cambiamento c'è ed è in atto da anni. La decisione di fare di uno di questi capannoni la sede della nostra associazione è una scelta forte che segna il passaggio tra quello che è stato (fino alla generazione dei nostri genitori), a ciò che invece possediamo noi come realtà culturale legata al contemporaneo. Credo che queste trasformazioni non si sviluppino in una contrapposizione tra centro e periferia, considerata anche la ristretta dimensione geografica della città di Prato rispetto alle metropoli. Se la nostra città abbia poi digerito questo cambiamento questo ancora è difficile dirlo: in questa ottica chiunque opera nel settore dell'arte – della fotografia nel nostro caso specifico – dovrebbe lavorare per facilitare il contatto con chi è estraneo a questo mondo. Visitare un museo, frequentare una galleria, prendere parte alle attività di un'associazione culturale devono smettere di essere percepiti come dei tabù per la comunità. Per realizzare l'obiettivo tocca ovviamente a noi alternare con il giusto equilibrio offerte più “digeribili” per il grande pubblico a proposte più specifiche, maggiormente rivolte agli addetti ai lavori. In fondo l'arte è sempre in bilico tra questo “bastone e carota”.

 

 

 

Nuovi linguaggi, nuovi sguardi.

È in mostra Soggetto Nomade, che raccoglie per la prima volta insieme gli scatti di cinque fotografe italiane realizzati tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, che restituiscono da angolazioni diverse il modo in cui la soggettività femminile è vissuta, rappresentata, interpretata in un periodo di grande cambiamento sociale per l’Italia. Da Paola Agosti, a Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Elisabetta Catalano, e Marialba Russo: l’arte è lo spazio di rielaborazione di molti temi politici e mostra come non perda il suo valore politico e di testimonianza. Cosa l'ha spinta in questa direzione?

CP: Volevo segnare un cambio di passo nella programmazione del museo e lavorando sul trentennale mi sono resa conto proprio dall'analisi della storia del museo e dei suoi dati che era un museo che era stato in grado di rappresentare soprattutto un certo tipo di identità che è un’identità molto precisa e che in primo luogo è un'identità maschile e poi centrata sulla cultura europea e nordamericana e mi sembra interessante oggi aprire il museo ad altri sguardi ad altre identità e farne un luogo di molteplicità e complessità maggiore. Quindi l'idea di partire come prima mostra collettiva, curata all'interno del museo da quando sono direttrice segna proprio questa esigenza di aprire il dialogo a una molteplicità maggiore. Poi c'era il mio interesse per un periodo storico importante per la storia italiana che è quello che va dalla metà degli anni ‘60 alla metà degli anni ‘80 che è un momento di grandi trasformazioni che passa dal radicalismo politico che porterà al ‘68 gli anni ‘70 per arrivare poi all'edonismo di metà anni ‘80 e in mezzo c'è forse il decennio più intenso e più duro però tutto sommato anche più fertile di cambiamenti e di pensiero del nostro dopoguerra, cioè gli anni settanta; un decennio che si ricorda molto per i suoi aspetti più drammatici - sicuramente il terrorismo e gli anni di piombo - ma un decennio che ha portato a grandi cambiamenti e al conseguimento di diritti civili su cui ancora oggi si basa la nostra società. Una cosa che credo sia importante dire è che questi diritti civili e questa trasformazione si è dovuta molto anche alla partecipazione delle donne che scendono per la prima volta in piazza in maniera massiccia in sostegno di questo cambiamento. Io penso che negli anni ‘70 le donne siano state la pars costruens dei cambiamenti italiani. A fronte di un terrorismo che era appunto antagonista e più distruttivo invece il movimento femminista in Italia ha portato a risultati enormi come il  cambiamento del diritto di famiglia, la partecipazione ai due referendum e anche tante conquiste sociali: sono gli anni della legge Basaglia, della legge sull'obiezione di coscienza. mi piace ricordare, parlando di quel decennio, di come ci sia stata una grande partecipazione in Italia alla cosa pubblica, la convinzione che il cambiamento potesse davvero partire dal basso e partisse dal basso anche grazie all'impegno, alla voglia di informarsi, prendere parte veramente e approfondire i temi che si trattavano. Mi piace parlare dell'Italia di allora perché vorrei che un po’ dello spirito di quegli anni tornasse vivo anche nel tempo che viviamo ora. E poi ovviamente c'è l'immagine della donna che viene restituita da questa mostra e che è un'immagine sfaccettata e complessa: dagli scatti di Letizia Battaglia delle donne in Sicilia, dove l'impatto della mafia si legge sui volti e sulle emozioni che traspaiono da queste facce, oppure dalle donne di Elisabetta Catalano, che sono scrittrici e intellettuali che hanno costituito un ruolo importante nella società grazie a quello che sono state capaci di fare e giocano con la loro immagine ancora apparentemente compiacendo dei canoni maschili. E poi il femminismo di Paola Agosti, i travestiti del porto di Genova di Lisetta Carmi, ed è incredibile pensare che quelle foto siano state scattate a metà degli anni ‘60 con questa idea di femminilità come qualcosa di agognato, da raggiungere; e poi le foto di Marialba Russo, dei carnevali dei piccoli centri della Campania dove gli uomini si vestono da donna per un giorno in questo classico rovesciamento di ruoli del carnevale, che è interessante in questo contesto perché permette di capire cosa gli uomini recepiscono dell'identità femminile e come sono in grado di rappresentarla quando vogliono impossessarsene.

 

 

Molte delle mostre e degli interventi qui al Pecci mettono insieme cinema e musica, arti che non combaciano con l'idea più tradizionale e conservatrice di museo. C'è un modo per integrare di più queste forme espressive? E d'altra parte, per portare il museo più all'interno della città?

CP: Il Pecci ha avuto sempre come vocazione questa attenzione a tanti linguaggi, non solo alle arti visive, proprio dal giorno della sua inaugurazione dove insieme alla mostra Europa Oggi, ci fu anche una performance di Luciano Berio, Ofanίm, la musica ha sempre accompagnato la programmazione museale del Centro Pecci e da quando ha riaperto con l'ampliamento del 2016 anche il cinema, che fa una programmazione molto selezionata di prima visione e che porta proprio un nuovo pubblico al Centro Pecci. Io credo che l'integrazione dei linguaggi sia qualcosa di molto attuale che è presente nell'arte ormai da molto tempo e francamente i confini tra video cinema e musica mi sembrano molto labili, mi sembra molto che il linguaggio di ogni singola disciplina sia in comunicazione con gli altri. Il fatto di raccoglierle tutte sotto una stesso spazio favorisce la comprensione di questa circolazione di idee - almeno così credo.

 

Lei si è occupata di femminismo e immaginari visivi anche di recente, con la pubblicazione di "In movimento: videoarte e femminismo". Come dicevamo, qua a Prato non sono mai state dedicate retrospettive ad artiste. Chi vorrebbe avere qui e come possiamo rendere i nostri sguardi più complessi e inclusivi

Innanzitutto dovremmo riprendere il concetto di Rosi Braidotti e parlare di soggetto nomade, di un soggetto in realtà molteplice, un soggetto che indaga anche la propria sessualità in maniera molto aperta. In realtà sono interessata alle tematiche legate al femminile e al femminismo, ma anche alla cultura queer e comunque in generale a tutto quello che rifugge la semplificazione e lo schematismo - la cornice messa intorno alle cose e alle persone, cornice che spesso impedisce proprio il movimento - e mi interessa portare qui al museo questa molteplicità di discorsi, anche critici. Sono tanti gli artisti che mi piacerebbe avere qui: mi interessa molto anche quando il discorso postcoloniale si innesta sul discorso del genere - ritengo che oggi ci sia molto da dire in questo senso e che in Italia su questo si sia detto ancora poco.

 

Fare rete

A Prato esiste .CON, il tentativo di creare una sinergia tra le identità contemporanee della città. Cosa ha prodotto la sua creazione e come è cambiato la percezione del territorio e panorama artistico per voi?

FB - Ass. 16: La creazione di .CON quasi coincide con la nascita della nostra associazione, nel 2016. Ci siamo fin da subito sentiti inseriti in una rete di realtà che già da lungo tempo lavoravano nell'ambito dell'arte contemporanea per la città e nella città. Il fatto di collaborare, di realizzare progetti comuni – e di vincere importanti bandi! – con molte delle associazioni che ne fanno parte ha significato un grande stimolo per tutti noi. Spero che abbia anche cambiato le cose per la città, che abbia smosso le sue coscienze con eventi e attività di respiro internazionale per un contesto, come quello pratese, che da lungo tempo ne aveva bisogno.

 

 

Cristiana, lei tra il 2007-2009 è stata ideatrice e curatrice di S.A.C.S., Sportello per l’Arte Contemporanea della Sicilia, parte di RISO, Museo dell’Arte Contemporanea di Palermo, dove ha creato bandi che andavano a cercare la scena artistica siciliana, un modo rendere meno nebulosa e più consistente la sua presenza: a volte, mi pare, serve un atto di nominazione per scoprire di avere una rete attorno. Come è stata quella esperienza?

CP: È stata un'esperienza molto ricca perché l'idea era quella di mettere in piedi un'azione di sistema che promuovesse, internazionalizzasse e, come ha detto lei, nominasse l'arte giovane siciliana, perché la Sicilia ha una grande ricchezza in questo senso e ci sono moltissimi artisti che fanno un lavoro davvero interessante, inaspettato e di altissima qualità. Mi sembrava bello trovare un modo per superare l'insularità, che non è solo una condizione geografica, e SACS era un'azione coordinata che prendeva in esame molte esigenze degli artisti siciliani. La prima era portare in Sicilia persone, che venissero a conoscere gli artisti e l'arte, ma anche il tessuto in cui l'arte veniva fatta, per cui abbiamo fatto un progetto di visiting curators che ha portato in Sicilia anche grandi nomi della curatela internazionale. Poi abbiamo organizzato un archivio selezionato che rendeva accessibile e studiabile il lavoro di molti artisti, anche da remoto, perché era un archivio fisico ma anche online. E poi una serie di bandi che offrivano borse di studio, residenze all'estero e anche un workshop per giovani artisti che abbiamo realizzato vicino Roma in un posto meraviglioso in campagna che si concentrava proprio sulla cultura materiale, con un artista tutor che era Nari Ward e l'intervento di molte altre persone, antropologi, artisti che venivano proprio a entrare in dialogo con chi era in residenza. Una serie di azioni che hanno portato degli ottimi risultati e che poi si è interrotta, perché credo che in Italia uno dei problemi sia quello di dare continuità ai progetti, perché nascono delle cose belle, ma queste cose non sono poi in grado di andare avanti a lungo.

 

Archivio Italia

L’Italia è un paese fortemente legato alla sua storia: una specie di museo a cielo aperto. Ha però prodotto molto contemporaneo, anche capace di guardare al proprio passato e di usarlo come archivio. In un certo senso la tradizione è una maledizione e una fortuna. Che sia qu

CP: Beh è un rapporto che negli ultimi anni si è molto rafforzato, in Italia per lungo tempo c'è stato, secondo me, un grande sospetto nei confronti del contemporaneo dovuto proprio alla consuetudine con l'antico, mentre ho l'impressione che negli ultimi anni l'attenzione per il contemporaneo si sia fatta alta anche in città storiche, come nel caso di Firenze, dove per tanto tempo è stato impossibile far nascere un museo di arte contemporanea, se ne parlava già quando ero a Prato nel ‘91-’92 e poi questo famoso museo non si è mai visto - e però adesso fioriscono le attività in questo campo, dagli interventi in città di grandi artisti contemporanei, alle mostre al Forte Belvedere, al rinnovato Museo del Novecento, a Palazzo Strozzi e adesso anche agli Uffizi che stanno iniziando a una programmazione di contemporaneo - e tra l'altro hanno proprio con noi del Pecci un progetto futuro che andrà proprio in questo senso del dialogo tra antico e contemporaneo, perché credo che per molti artisti oggi l'antico sia una fonte di grande ispirazione; addirittura ho notato che proprio la classicità, intesa come cultura mediterranea, è qualcosa che oggi riesce ad essere molto suggestiva per artisti che vengono da molto lontano: ci sono artisti cinesi come Zhou Jie si ispira proprio alla scultura classica, o artisti californiani, in questa radice culturale che appartiene al nostro paese c'è qualcosa che parla di nuovo un linguaggio comunicativo e attraente e credo che sia una occasione da non perdere quella di lavorare su questo tema e questa possibilità, anche perché molti artisti stranieri sono molto felici di venire in Italia per sviluppare progetti in questo senso.